Che cos’è la “flessibilità”? (StampAlternativa)

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Che cos’è la “flessibilità”?

Dovremmo chiedercelo sul serio, visto e considerato che se ne parla da anni nel mondo del lavoro, e ne parlano un po’ tutti.

Ne parla Confindustria, prima nel modo veemente della Marcegaglia, oggi con il pudore di Squinzi. Ne parla la politica quando deve affrontare il nodo delle pensioni, o la riforma dei contratti di lavoro. Ne parlano i sindacati come di una bestia nera, che lede i diritti dei lavoratori.

Tuttavia, a nostro giudizio, “flessibilità” è uno di quei termini cui ci si può adattare ogni vestito, per le più disparate occasioni e posto nelle prospettive più varie.

Sentimmo per la prima volta questo termine in ambito lavorativo sul finire degli anni ’90.

Una nostra conoscente, operaia in una grande manifattura tessile piemontese (oggi chiusa), diceva che i titolari dello stabilimento avevano concordato con i sindacati la “flessibilità”; ovvero andare a lavorare il Sabato, in periodi di picco produttivo, senza che le ore fatte dai dipendenti fossero conteggiate come straordinarie, bensì ordinarie.

La nostra conoscente giustificava la cosa come atto di “buona volontà” dei lavoratori nei confronti dell’azienda, per ammortizzare i costi di produzione e, conseguentemente, renderla competitiva contro la concorrenza cinese di cui, proprio in quegli anni, si cominciava a sentir parlare.

Da quel momento in avanti abbiamo visto declinare la parola “flessibilità” nei modi più diversi.

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L’Italia è già un morto che cammina (StampAlternativa)

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Osservando attentamente tutto quanto concerne la situazione dell’Italia, siamo giunti ad una provocatoria conclusione: L’Italia è un morto che cammina.

Se l’intera comunità nazionale si fermasse per un attimo dalle proprie ombelicali questioni domestiche, e miracolosamente avvenisse quella presa di coscienza che noi tanto e da tanto auspichiamo, avremmo gli italiani che attoniti potrebbero osservare lo stato cadaverico in cui versa la patria.

Ammettiamolo una buona volta, che questo stivale è diventato un cimitero di sogni morti, in cui c’è quasi un sottile godimento masochistico nel trovarsi, ormai, ad essere periferia della storia mondiale, ed una voce sempre meno influente nell’alveo della globalizzazione.

 

Dove sono le energie vive e positive dell’Italia?

 

Dove sono gli italiani?

 

Poteva dunque bastare una crisi economica come quella iniziata nel 2007, con tutte le sue ripercussioni, per evidenziare la palese inadeguatezza del sedicente “genio” italico, tanto caro ad una certa iconografia provinciale.

La nostra classe politica poi, incarnata oggi più che mai da mummie, è un vero monumento all’incompetenza. Anche la partecipazione al G20 dell’Italia è diventata un penoso siparietto che offriamo al pianeta.

Pensateci bene, fissate questa immagine nelle vostre menti: mentre a San Pietroburgo, cornice quanto mai potente di significato, si parlava senza mezzi termini di una guerra mondiale alle porte. Invece, il nostro Presidente del Consiglio, era preoccupato molto di più dal futuro del Senatore Berlusconi, da cui dipende la sua sopravvivenza a Palazzo Chigi.

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“Buon compleanno crisi!” (StampAlternativa)

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Di certe ricorrenze si farebbe volentieri a meno, preferendo occasioni più liete da ricordare. Tuttavia, non possiamo nascondere il fatto che la più grave crisieconomica e strutturale della postmodernità, e forse di tutta la storia del mondo, abbia tagliato quest’anno il sesto traguardo.

Anche se in molti non lo ammetteranno mai, questa fase di svolta epocale ci ha ormai cambiato tutti; ha mutato la nostra percezione del futuro, rendendola non più speranzosa come una volta ma cupa e piena d’incognite. Ha stravolto abitudini che sembravano consolidate da decenni ed ha intaccato perfino la quotidianità rassicurante dell’uomo medio. Abbiamo imparato termini “nuovi” e negativi, per la nostra cultura volta al progresso: declino, instabilità, incertezza, tagli, austerity, emigrazione, PIIGS, ecc.

Siamo stati spettatori, spesso passivi, a volte disattenti, di tutti i tentativi da parte della nostra classe dirigente di invertire la rotta, di raggiungere una fantomatica “luce in fondo al tunnel”, in un quadro di progressivo smarrimento politico, e di maldestre campagne rassicuranti, volte a celare la realtà.

Ricordate quando, ad inizio crisi, l’allora Presidente del Consiglio Berlusconi ostentava sicurezza sullo stato di solidità dell’economia nazionale, e pontificava su quanto l’Italia fosse piena di gente benestante?

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Idee in movimento (StampAlternativa)

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Oggi daremo spazio ad un nostro collaboratore, che con il seguente scritto ha voluto manifestare alcune idee e proposte, utilizzando il linguaggio diretto e chiaro di chi ambisce a “risvegliare” lo spirito dei propri compatrioti.

Non pretendiamo esaustività, quanto speriamo che tali iniziative possano fungere da catalizzatore per coloro che ancora hanno qualche cosa da dire, o che vorrebbero cominciare ad operare nello spazio storico e politico in cui ci troviamo.

Gabriele Gruppo

 

La comunità nazionale contro il Capitalismo

Capitalismo è un termine complesso che certamente ha notevoli sfaccettature a seconda da che prospetto si guardi: storico, economico o sociologico.

Secondo il mio personale cammino, aperto alle vostre critiche, tendo a classificarlo come un sistema fondato unicamente su un principio/tendenza:

– l’abbattimento di ogni barriera/ostacolo che ostruisce il trasferimento di capitali umani o fisici da un punto geografico-sociale ad un altro al fine di abbattere il prezzo della merce o del lavoro.

Tendo a chiarire che c’è una nota iniziale, se si realizza quotidianamente questo principio economico è perché precedentemente degli individui hanno accumulato capitale, capitale che potranno spendere nel mercato perseguendo una certa razionalità.

Detto questo ogni governo democratico, che sia di destra o di sinistra poco importa, si adatta a questa deriva materialista delle cose, a questa legge primordiale che regolamenta ogni avvenimento sociale.

Lo stato borghese è sempre in lotta per abbattere queste barriere culturali/etniche che ostruiscono il passaggio di capitale umano al fine di abbattere i prezzi sul mercato del lavoro.

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Il coraggio di superare il limite (StampAlternativa)

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Sono anni che abbiamo assunto il ruolo di osservatori e commentatori di questa crisi epocale, che sta di fatto mutando la storia dell’Italia e del pianeta, senza che sia ancora maturata la consapevolezza generale di quanto sarà profondo questo cambiamento nei decenni a venire.

Forse, in realtà diverse da quelle dell’Occidente, dove i popoli sono più sensibili, meno saturi materialmente e meno pigri culturalmente, troveremmo maggior inclinazione verso un certo modo di concepire il futuro prossimo. Tuttavia questo non certo ci appaga, visto e considerato che il nostro interesse principale è quello di creare le condizioni per un’alternativa in seno alla nostra nazione e al popolo cui apparteniamo.

Questo rappresenta un grande problema.

Riteniamo che il declino economico dell’Italia, provocato da una gestione delinquenziale nell’approccio alla globalizzazione della nostra classe politica ed imprenditoriale, non abbia ancora raggiunto livelli che possano coagulare lacomunità nazionale (se esiste ancora) intorno ad un pensiero/guida diresistenza, o ad una proposta che non sia solamente protesta becera e superficiale.

Non vogliamo fare il solito banale sermone sul “popolo bue”, o sull’italiano medio, anche perché non siamo certo i peggiori in Occidente. Bensì vorremmo spronare perché si riflettesse sulla condizione in cui siamo, quella reale non quella in cui vorremmo trovarci.

Perché si fa presto a prendere lucciole per lanterne, o a guardare le cose con occhi non obbiettivi.

Quanta emozione virtuale abbiamo letto in chi commentava questi anni di proteste di piazza in Europa, o le più recenti in Turchia, in Brasile ecc.

Vi siete mai chiesti a che cosa hanno portato tutte queste virulente espressioni di malessere?

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