Che cos’è la “flessibilità”? (StampAlternativa)

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Che cos’è la “flessibilità”?

Dovremmo chiedercelo sul serio, visto e considerato che se ne parla da anni nel mondo del lavoro, e ne parlano un po’ tutti.

Ne parla Confindustria, prima nel modo veemente della Marcegaglia, oggi con il pudore di Squinzi. Ne parla la politica quando deve affrontare il nodo delle pensioni, o la riforma dei contratti di lavoro. Ne parlano i sindacati come di una bestia nera, che lede i diritti dei lavoratori.

Tuttavia, a nostro giudizio, “flessibilità” è uno di quei termini cui ci si può adattare ogni vestito, per le più disparate occasioni e posto nelle prospettive più varie.

Sentimmo per la prima volta questo termine in ambito lavorativo sul finire degli anni ’90.

Una nostra conoscente, operaia in una grande manifattura tessile piemontese (oggi chiusa), diceva che i titolari dello stabilimento avevano concordato con i sindacati la “flessibilità”; ovvero andare a lavorare il Sabato, in periodi di picco produttivo, senza che le ore fatte dai dipendenti fossero conteggiate come straordinarie, bensì ordinarie.

La nostra conoscente giustificava la cosa come atto di “buona volontà” dei lavoratori nei confronti dell’azienda, per ammortizzare i costi di produzione e, conseguentemente, renderla competitiva contro la concorrenza cinese di cui, proprio in quegli anni, si cominciava a sentir parlare.

Da quel momento in avanti abbiamo visto declinare la parola “flessibilità” nei modi più diversi.

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Il “modello” scandinavo, visto da vicino (StampAlternativa)

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Prendendo spunto anche da un nostro recente articolo sulle difficoltà finanziarie della Svezia (VEDI), postiamo per intero il lavoro di reportage del nostro amico e collaboratore occasionale Ario Corapi.

Ciò per far capire che l’erba del vicino non è sempre la più bella.

 

Modello Scandinavo, avanguardia o bluff?

Il modello adottato dai paesi scandinavi è veramente un esempio da imitare o è solo sopravvalutato?

In un periodo come quello attuale in cui buona parte dei modelli socio-economici europei, in particolare quelli colpiti dalla crisi economico finanziaria degli ultimi anni, manifestano lacune e singhiozzi viene spesso da parlare di modelli alternativi o modelli analoghi ma comunque più efficienti e l’attenzione negli ultimi anni si è focalizzata in particolare sul Modello Scandinavo, con riferimento particolare a Danimarca e Svezia, ritenuto dalla maggioranza di molti come il modello migliore in quanto il più efficiente.

Considerando il fatto che in un periodo di magra viene molto facile guardare in casa degli altri con tanta invidia chiedendosi perchè dagli altri le cose vadano molto meglio che a casa propria, ci si è mai chiesti, dati alla mano, se un modello come quello scandinavo sia veramente un modello di avanguardia e se effettivamente possa essere altrettanto efficiente anche a casa propria?

Un primo aspetto da considerare sono sicuramente i dati relativi alla demografia e alla geografia di paesi scandinavi come Danimarca e Svezia che, comparati a quelli di un altro paese dell’Europa continentale come potrebbe essere l’Italia, possono far sorgere alcuni dubbi. La Svezia ha una popolazione di poco meno di 10 milioni di abitanti (quasi tutti concentrati al Sud nelle città principali come Stoccolma, Malmo e Goteborg) su una superficie totale di 450.000 chilometri quadrati e per una densità totale di 20 abitanti per chilometro quadrato, mentre la Danimarca ha una popolazione di 5,5 milioni di abitanti su di una superficie di 43.000 chilometri quadrati e una densità di 129 abitanti per chilometro quadrato, entrambi sono molto vicini a paesi europei economicamente forti come Germania e Gran Bretagna che di fatto sono i primi partner di scambi commerciali; il tutto comparato con l’Italia che conta 60 milioni di abitanti (6 volte gli svedesi e quasi 11 volte i danesi) su una superficie di 300.000 chilometri quadri (1/3 in meno di superficie rispetto alla Svezia) e una densità di 201 abitanti per chilometro quadrato (100 volte demograficamente più denso della Svezia e denso quasi il doppio della Danimarca), contando che per posizione geografica lo Stivale è circondato per ¾ della propria superficie dai mari con a Est la Penisola balcanica e a Sud i paesi del Nord Africa, regioni di fatto molto povere.

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Mogherini… chi? (StampAlternativa)

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Se avessimo potuto avere ancora qualche dubbio residuale, con la nomina del Ministro Mogherini ad Alto Commissario Europeo per la politica estera di ieri, ormai una duplice certezza prevale: non esiste una diplomazia UE, e l’Italia si sfama con le briciole degli altri.

A quanto pare, nessuno dei principali protagonisti nazionali all’interno dell’Unione, Germania e Francia in primis, intende sviluppare una diplomazia congiunta, che dia forma ad un carattere univoco ed identitario ben definito del ruolo europeo nel quadro internazionale.

L’Unione Europea resta un ectoplasma politico nelle varie aree del pianeta, in cui si fronteggiano le differenti sfere d’influenza strategiche.

Non si parla nemmeno più da gran tempo di un seggio riservato all’UE nell’ambito delle Nazioni Unite. Mentre sui “fronti caldi” ai confini dell’Unione; Ucraina, Medio Oriente e Nord Africa, le decisioni d’intervento e le mediazioni diplomatiche sono appannaggio dei singoli Stati del Vecchio Continente.

Se Putin vuol parlare con l’Europa incontra il Cancelliere tedesco Merkel, in ragione del ruolo di primissimo piano della Germania. Se Obama cerca alleati in Europa pensa subito al Premier inglese Cameron o al Presidente francese Hollande.

E l’Italia?

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Senza aggiungere nulla (StampAlternativa)

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Proponiamo questo articolo tratto dal sito di Wall Street Italia, senza aggiungere commenti, in quanto, vista la nostra attenzione al tema della crisi sistemica globale, potrete trovare su questo portale d’informazione alternativa tutte le analisi che abbiamo fatto nel corso degli ultimi anni.

Non riteniamo di essere in errore quando continuiamo ad affermare che una nuova valanga si sta per abbattere sopra le nostre teste.

Attendiamo fiduciosi il peggio…

Tutti allegramente verso il prossimo collasso

Il sistema economico finanziario mondiale non è mai stato così fragile. Anche se banche centrali e governi continuano a drogare le borse.

L’ottimismo a tutti i costi e il non voler vedere la disastrosa realtà della situazione economica e finanziaria è qualcosa di molto pericoloso, perchè il sistema finanziario mondiale non è mai stato così fragile. I rischi di rottura sono molto concreti, anche se le banche centrali e le autorità politiche continuano a lanciare assurdi messaggi incoraggianti. E anche se i mercati azionari salgono ai nuovi massimi, drogati da programmi di stimolo dei banchieri centrali, con Janet Yellen (Fed) e Mario Draghi (Bce) in prima linea, per rafforzare l’establishment bancario, a scapito della classe media.

Jaime Caruana, General manager della BIS di Basilea (la banca centrale delle banche centrali o BRI Banca dei Regolamenti internazionali) teme un nuovo disastro alla “Lehman Brothers”, causato dall’aumento del debito a livello mondiale e dichiara che nella loro caccia al guadagno, gli investitori ignorano la prospettiva di tassi d’interesse più alti.

Maximilian Zimmerer, Chief Investment Officer della compagnia di assicurazione Allianz (la più grande a livello europeo) dichiara che “niente è stato risolto e tutti lo sanno.”

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Per uno sviluppo senza liberismo (terza parte) (StampAlternativa)

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Senza una politica economica equilibrata, volta al bene comune e all’interesse nazionale, il nomadismo delle imprese e l’internazionalizzazione dei settori produttivi priverà l’Italia di preziose risorse, di cui faranno le spese quelle classi sociali impossibilitate a seguire l’onda lunga dei mercati emergenti.

Uno Stato forte, così come lo intendiamo, nel pieno delle sue facoltà e conscio delle prerogative che sono appannaggio del ruolo che rappresenta, dovrà contrastare in modo drastico, ma con giustizia, la tendenza delle aziende a non ritenere più l’Italia idonea alla produzione di beni, tanto per il consumo interno, quanto per l’export.

Serve sicuramente maggior comprensione per le ragioni della classe imprenditoriale, e per le sue necessità, ma senza perdere di vista il compito che deve avere l’economia in una nazione che voglia essere alternativa almodello liberista.

Innanzitutto lo Stato italiano deve porre in essere una graduatoria di fondamentali economici e di settori strategici, in cui la sua funzione sia quella di custode dell’interesse nazionale, senza tuttavia fare l’errore di politicizzare in modo selvaggio questi comparti produttivi, come avveniva in passato, e creando eccellenza più che burocrazia, qualità invece di “stipendi d’oro”. Va poi incentivato il ritorno delle imprese che hanno delocalizzato all’estero, e ricreare con esse gli indotti territoriali. Ciò può essere fatto con una serie di iniziative volte a ridimensionare il costo del lavoro, senza dover penalizzare le classi lavoratrici, ma agendo soprattutto sul peso che la tassazione ha sulle aziende, in altre parole andando a colpire le spese improduttive e gli sprechi che oggi caratterizzano lo Stato democratico.

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