Per uno sviluppo senza liberismo (terza parte) (StampAlternativa)

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Senza una politica economica equilibrata, volta al bene comune e all’interesse nazionale, il nomadismo delle imprese e l’internazionalizzazione dei settori produttivi priverà l’Italia di preziose risorse, di cui faranno le spese quelle classi sociali impossibilitate a seguire l’onda lunga dei mercati emergenti.

Uno Stato forte, così come lo intendiamo, nel pieno delle sue facoltà e conscio delle prerogative che sono appannaggio del ruolo che rappresenta, dovrà contrastare in modo drastico, ma con giustizia, la tendenza delle aziende a non ritenere più l’Italia idonea alla produzione di beni, tanto per il consumo interno, quanto per l’export.

Serve sicuramente maggior comprensione per le ragioni della classe imprenditoriale, e per le sue necessità, ma senza perdere di vista il compito che deve avere l’economia in una nazione che voglia essere alternativa almodello liberista.

Innanzitutto lo Stato italiano deve porre in essere una graduatoria di fondamentali economici e di settori strategici, in cui la sua funzione sia quella di custode dell’interesse nazionale, senza tuttavia fare l’errore di politicizzare in modo selvaggio questi comparti produttivi, come avveniva in passato, e creando eccellenza più che burocrazia, qualità invece di “stipendi d’oro”. Va poi incentivato il ritorno delle imprese che hanno delocalizzato all’estero, e ricreare con esse gli indotti territoriali. Ciò può essere fatto con una serie di iniziative volte a ridimensionare il costo del lavoro, senza dover penalizzare le classi lavoratrici, ma agendo soprattutto sul peso che la tassazione ha sulle aziende, in altre parole andando a colpire le spese improduttive e gli sprechi che oggi caratterizzano lo Stato democratico.

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Per uno sviluppo senza liberismo (seconda parte) (StampAlternativa)

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La nostra prima attenzione si focalizza soprattutto su quelle che sono le devianze economiche, insite nel tessuto produttivo italiano.

In molte occasioni c’è capitato di notare quanto sia importante, per una certa vulgata mediatica, porre l’accento sulla necessità che le imprese avrebbero di internazionalizzarsi, in modo da non perdere l’onda lunga (ipotetica) dei mercatiemergenti, e sulle prospettive (tutte da verificare) che essi offrirebbero nell’immediato futuro.

Purtroppo però viene sempre omesso che dietro al verbo “internazionalizzare”, si celano dei veri e propri tranelli; primo fra tutti quello relativo alla delocalizzazione degli impianti produttivi, su diversi livelli della filiera materia prima/prodotto finito, dal territorio nazionale verso altri luoghi del pianeta.

Non ci dilungheremo troppo su tale argomento, visto e considerato che esso è da noi sempre stato trattato con dovizia di particolari nel corso della nostra decennale opera di controinformazione.

Il nostro intento è quello di proporre una soluzione sia per contrastare i processi di delocalizzazione manifatturiera, sia per ripristinare la capacità produttiva, e quindi occupazionale, di quei distretti che hanno molto sofferto per i criminali effetti sociali ed economici portati dalla globalizzazione e dalla delocalizzazione manifatturiera.

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FRANCIA, IL CAMBIAMENTO CLIMATICO FA PAURA (PiemonteNews)

Fonte FONTE: PETROLITICO (BLOG) Giovedì, 06 febbraio attualità

Per la Francia è stato il gennaio 2014 il più caldo degli ultimi 115 anni (a pari merito col 1936 e 1988)*. E’ il primo anno che noto la nuova abitudine delle cinciallegre, non sono venute sul terrazzo a cibarsi di semi di girasole perchè c’è “talmente caldo che trovano ancora insetti in quantità, una sorta di scenario tropicale”, lo conferma la LPO (il corrispondente francese dalla LIPU, lega protezione degli uccelli).

E dal Nord-Ovest Atlantico dove la superficie marina regista un pazzesco +0,81°C di anomalia sulla media e addirittura davanti alle coste di Terranova, Newfoundland, una zona d’acqua grande come la Bulgaria con oltre 4°C di anomalia rispetto alla media 1979-2000, come da grafico, sta arrivando letteralmente di tutto sulle coste europee, metereologicamene parlando. Per non parlare dei 3 metri e mezzo di neve caduti nel Cadore profondo negli ultimi quattro giorni, mi pare siano quasi 6 metri caduti da dicembre nel bellunese oltre i 1000 m… ma non trovo dati affidabili.

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Per uno sviluppo senza liberismo (prima parte) (StampAlternativa)

italia-in-crisi

Può esistere il concetto di “sviluppo”, senza l’impostazione economica dettata dal liberismo?

Secondo noi il nodo della questione sta nel credere che possa esistere un’alternativa non velleitaria, elaborata in modo concreto, percorribile nella sua applicazione pratica, e capace di scalzare il modello attualmente vigente, ormai fallimentare, con uno capace di garantire rinnovata equità sociale, sostenibilità materiale, e continuità a lungo termine.

In molti settori della nostra impresa si guarda all’export di prodotti completamente e parzialmente “made in Italy”, quale unico sbocco possibile per lo sviluppo economico della nostra nazione e l’incremento dell’occupazione. I sedicenti mercati emergenti assurgono a meta agognata, cui dovrebbe tendere lo sforzo produttivo italiano, in grado di sopperire al saturo Occidente, che non può più garantire profitti duraturi, o posizioni da conquistare e consolidate nell’ambito dei consumi.

In quest’ottica l’Italia, quale mercato interno da ri-conquistare, non è nemmeno presa in considerazione. Infatti, si da per scontato che quel che viene prodotto sul territorio nazionale sia troppo “pregiato” per essere destinato entro i patri confini, anche perché, paradossalmente, il mercato interno italiano DEVE dogmaticamente essere aperto all’importazione di prodotti provenienti dall’estero, in particolare proprio dalle economie emergenti, che garantiscono bassi costi di produzione ed alta capacità di diffusione.

 

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