Ungheria: un primo bilancio della rivoluzione nazionale (StampAlternativa)

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A tre anni dalla sua ascesa al governo d’Ungheria Viktor Orban e il suo partito, Fidez, rappresentano per noi quel modello ideale e serio di resistenza e reazione alla dissoluzione dei popoli d’Europa, delle loro specificità, dei principi su cui si fonda la nostra civiltà.

Dissoluzione voluta dal mondialismo economico apolide e dal progressismo (pseudo)culturale d’ogni sfumatura ideologica.

Avendo noi sempre nutrite simpatie per il movimento politico Jobbik, costatando la solidità di questa realtà nel corso della sua affermazione elettorale, vedevamo Orban come una sorta di nazionalista “moderato”, con un passato da liberale ed un programma che ci sembrava poco coraggioso.

Invece, anno dopo anno, ci siamo dovuti sinceramente ricredere.

La politica espressa dal governo monocolore di Viktor Orban ha sterzato sempre più verso iniziative di rottura con un certo tipo di “tradizione” europea, che impone alle nazioni aderenti all’UE di seguire certi dettami ideologici ed economici. Una rottura sempre più evidente, e sempre più profonda, che ha reso l’Ungheria una sorta di macchia nera (è proprio il caso di dirlo) in mezzo al blu insignificante dell’UE, una nazione ribelle, con un capo demonizzato da tutti i media occidentali, anche oltre Atlantico, che anelano la sua caduta e il ritorno della terra dei magiari nell’alveo della presentabilità democratica.

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