Crisi internazionali (terza parte): la Birmania (StampAlternativa)

Birmania-Myanmar: Circa 10 battaglioni governativi circondano base Esercito Stato Shan-Nord (SSA-Nord)

Dal 21 Luglio, da quando il Generale Maggiore Aung Kyaw Zaw, comandante Comando Regionale del Nordest situato a Lashio ha emesso un ultimatum allo Shan State Progress Party / Esercito Stato Shan (SSPP/SSA) per ritirarsi dal territorio attuale entro 5 giorni o altrimenti ci sarebbero state operazioni nell’area, non ci sono stati ancora scontri.

Ma, non meno di 9 battaglioni dell’Esercito Birmano stanno circondando il quartier generale dell’ SSPP/SSA nel villaggio Wan Hai nella città di Kehsi, ha riportato una fonte vicina a SSA.

“Ci sono 5 battaglioni dell’Esercito Birmano nelle aree di confine di Monghsu-Tangyan, e 4 battaglioni nelle aree di confine di Kehsi-Hsipaw. Nessuno scontro ha avuto luogo e l’area sembra essere tranquilla. Nel nostro quartier generale, stiamo dando dei corsi ai funzionari e uomini sulle conoscenze richieste”, ha detto uno degli ufficiali SSPP/SSA.

Fonte www. guerrenelmondo.it

Qualche giorno fa, in modo al quanto fugace, i media occidentali davano notizia che in Birmania era stata abolita la censura sui mezzi d’informazione e sulla cultura, in vigore nello Stato asiatico dal 1962, anno del golpe militare del defunto Generale Ne Win.

La coabitazione nella capitale birmana tra la Giunta Militare e l’opposizione, guidata dalla simbolica figura di Aung San Suu Kyi, sembra aver stabilizzato il quadro politico generale. E la concessione di maggior libertà d’espressione è null’altro che l’ultimo passo di un cammino riformista ai suoi esordi, capace forse di scongiurare l’esplosione del caos in tutta l’area del Sud/Est asiatico. Questa evoluzione della questione birmana era sicuramente inattesa per chi, in Occidente, auspicava una “Primavera” tumultuosa e violenta, che desse l’opportunità di un cambio di regime molto più veloce e scenografico, sotto l’egida degli esportatori di democrazia, ma che per contro avrebbe esacerbato tutte le tensioni etniche che cova la Birmania.

Evidentemente Aung San Suu Kyi, nonostante possa contare sull’appoggio peloso e non disinteressato degli Stati Uniti, preferisce evitare uno scontro diretto con i militari; gli unici in grado di gestire in maniera efficace un territorio tanto vasto, quanto etnicamente complesso.

Il collasso delle strutture politiche centrali, di fatto funzionali alle necessità dell’esercito, farebbe precipitare la Birmania in una guerra civile di vasta portata, che sicuramente travalicherebbe i propri confini, e favorirebbe il sorgere di tante entità etnico/statali di fatto indipendenti da qualsiasi controllo, e in conflitto tra loro per lo sfruttamento delle risorse naturali, di cui la Birmania è ricca.

Gabriele Gruppo

Fonte

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