L’inizio. Skorzeny racconta.

Prima traduzione: Otto Skorzeny, Vivere Pericolosamente, Il Borghese e Ciarrapico editori associati, 1976

Dieci settembre 1943. Da due giorni non avevamo un momento di riposo, non eravamo riusciti neppure a cambiarci l’uniforme. Benché sapessi che Student era angosciato da mille problemi, decisi di avere con lui un colloquio definitivo. Ma prima volli avere uno scambio d’impressioni con il mio aiutante. Discutemmo le possibilità di riuscita di un attacco: non potevamo, ormai, che passare quanto prima all’azione. Ogni giorno, ogni ora trascorsa rischiava di mandare in fumo tutto: col passare del tempo aumentavano le possibilità che il Duce venisse consegnato agli alleati. E che le nostre supposizioni non fossero infondate lo appurammo in un secondo tempo quando venimmo a sapere che Eisenhower aveva già ricevuto istruzioni per mettere le mani su Mussolini.

Era impossibile lanciare un attacco via terra: gli scoscesi dirupi avrebbero troppo complicato ogni nostra azione e le perdite sarebbero state numerosissime. Inoltre, un concentramento di truppe in quella zona sarebbe stato facilmente scoperto ed il prigioniero avrebbe potuto essere tempestivamente trasferito, nascosto o ucciso. Se volevamo evitare simili eventualità avremmo dovuto occupare l’intera zona montana con una grande quantità di uomini, almeno una divisione. Era da scartare l’ipotesi di un attacco terrestre.

Il nostro alleato migliore doveva essere la sorpresa. Non potevamo sapere se le guardie avevano ricevuto l’ordine di fucilare il prigioniero in caso di pericolo. Pertanto dovevamo fare affidamento sulla sorpresa e la velocità per impedire che avesse luogo ciò che paventavamo. Le possibilità erano soltanto due: o un lancio di truppe dall’aria, oppure un atterraggio di sorpresa nei pressi dell’albergo. Dopo avere attentamente studiato le due possibilità optammo per la seconda. Un lancio di paracadutisti da simile altezza, e inoltre su una zona così accidentata non era possibile, data la mancanza di uomini addestrati per un compito così difficile. Inoltre, data la natura del terreno, era probabile che gli uomini si sarebbero troppo sparpagliati e che non si sarebbe riusciti a concentrarli a tempo per l’attacco. Insomma, concludemmo che l’azione era possibile unicamente mediante un atterraggio effettuato con degli alianti.

Allorché nel pomeriggio dell’8 settembre avevo voluto sviluppare le fotografie scattate sul Gran Sasso ebbi l’amara sorpresa di sapere che il laboratorio fotografico di Frascati era stato distrutto dalle bombe. Un ufficiale, da me incaricato di risolvere il problema, scoprì un laboratorio in un aerodromo militare dove riuscì a sviluppare le pellicole impresse. Purtroppo, non potemmo disporre di fotografie in rilievo che ci avrebbero dato la perfetta immagine plastica della topografia del terreno e dovemmo accontentarci di sviluppi normali di quattordici centimetri per quattordici. (continua a leggere…)

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