Yemen ed Egitto: due nazioni ad un punto di svolta (Contro InFormazione)

Governatore di Aden con rivoltosi in Yemen

BEIRUT – Capi tribù, ambasciatori, alti funzionari e soprattutto decine di ufficiali dell’esercito, tra cui alcuni importanti generali, abbandonano nel pieno della tempesta la nave del presidente yemenita Ali Abdullah Saleh, che però afferma: “resisto”. E minimizza, sostenendo che “la grande maggioranza del popolo” è con lui. Dopo la carneficina di manifestanti compiuta dai cecchini del regime venerdì scorso a Sanaa (almeno 52 morti e oltre 200 feriti), oggi è il giorno delle defezioni. A catena.

L’Egitto andrà alle elezioni a fine anno, vittoria netta dei «sì» e grande affluenza

Elezioni a fine anno. Lo ha decretato il risultatato del referendum costituzionale che si è tenuto sabato in Egitto. Il 77,2% ha votato per il “sì”. Lo ha annunciato in una conferenza stampa trasmessa in diretta dalla tv di stato il capo della commissione elettorale. I “no” si sono fermati al 22,8%. Ai 45 milioni di aventi diritto si è chiesto di scegliere se approvare o meno il pacchetto di riforme costituzionali proposto da un Comitato di saggi insediato dal Consiglio militare supremo. La vittoria del “sì” consentirà ora l’organizzazione di elezioni parlamentari e presidenziali entro la fine dell’anno. Se avessero vinto i “no” la giunta militare sarebbe stata costretta a prolungare la scadenza dei sei mesi prevista a settembre, per il passaggio del potere nei mani di un governo civile. La riforma prevede la limitazione del numero di mandati presidenziali, l’allentamento delle restrizioni per candidarsi, il rafforzamento del controllo della magistratura sulle elezioni e l’abolizione del potere presidenziale di ordinare processi militari contro i civili. ()

La crisi libica, ormai avviata ad una inevitabile escalation internazionale dai complessi risvolti, sta oscurando mediaticamente gli sviluppi incrociati di altre vicende dell’area mediorientale.

I risultati delle elezioni egiziane, primo test di democrazia per l’ex regno di Mubarak, rappresentano chiaramente la vittoria di quegli elementi politico/sociali che poco hanno a che spartire con l’iconografia della rivolta in Egitto, giovanilistica ed occidentaleggiante, che i media nostrani tratteggiavano quale principale artefice della fine del satrapo al potere.

Nello Yemen invece il caos è totale, la situazione è grave, ma non sembra che ci sia da parte dei “buoni & giusti” occidentali lo stesso afflato interventistico, come nella crisi libica.

Tra Saleh e Gheddafi l’unica differenza sta nel diverso tipo d’interessi che rappresentano, o che (come nel caso del Colonnello) avrebbero potuto rappresentare nel lungo termine. ()

Fonte


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